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Scritti e testimonianze
 
In mezzo a tanta disperazione... 

“Ma cosa dite? O voi vivete fuori della realtà e non avete i piedi per terra, oppure, se questa gioia che scorgo e ciò che sto ascoltando è vero, non posso nascondere la mia malattia: la mia malattia è, infatti, che non conosco il Signore”. Quest’ asserzione l’ho sentita, poco fa, da una ragazza durante uno degli incontri consueti nei nostri parlatori, nei quali condividiamo con semplicità la fede con coloro che vengono da noi. E quella giovane ha continuato, dicendo: “Credo che io sia caduta in preda alla disperazione, tentando di difendermi dal cristianesimo, vedendo l’essere cristiano come un ostacolo per raggiungere la felicità, come se Dio fosse un nemico alla porta che venisse a impedire la mia libertà e a disfare i miei progetti”.
In queste parole si riassume l’esperienza di molti altri, anche di noi stesse. 
In esse traspare la tristezza, non per quello che si ha –tantissimo a volte-, per quanto legittimo e onesto, ma per quello che non si ha, per quello che la persona anela, eppure non riesce a dare a se stessa, e forse non è in grado nemmeno di esprimerlo. Quell’anelito porta in sé la certezza che non merita vivere con uno scopo più basso di quello che abbiamo intuito, la certezza che non è bella una vita in cui rinunciamo a capire noi stessi all’interno di un progetto, tramite il quale Dio vuol portarci alla pienezza. Il cuore soffre oppressione quando noi, imbavagliando il clamore più profondo del nostro essere,  ci accontentiamo di far passare il tempo nella maniera meno scomoda o più piacevole possibile; in ogni caso, soffriamo quando disertiamo dal impegno per diventare uomini nella pienezza per la quale siamo stati creati.
Diciamo di provare panico dinanzi alla sofferenza e alla morte. Ma non abbiamo forse paura di vivere, dal momento che non trovando il senso della vita né cogliendone il valore, non siamo capaci di affrontare le vicende quotidiane?
Impossibile dimenticare l’impatto que ho subito a diciassette anni, quando  vidi, letteralmente, un tappeto umano di giovani sdraiati per terra disorientati, spersonalizzati. La mia riflessione è stata: “Signore, Tu ci hai creato per questo? No, no, sono certa di no!”. Mi trovai con sorpresa rivolgendomi a Dio, perche Egli era lì senza alcun dubbio. Giammai può il Creatore abbandonare l’opera delle sue Mani. Quell’immagine ha determinato la mia vita; non ci fu bisogno che nessuno mi convincesse che l’uomo, se non vive abbraciato a Dio e alla sua volontà, è disorientato, cammina a tentoni, non riesce a sapere più chi è, né dove va, né con chi può avanzare in verità.




























La sete dell’uomo risuona nel grido di Cristo sulla Croce: “Ho sete” (Jn 19, 28). La sete dell’uomo soltanto si calma, soltanto trova sollievo e riposo in Gesù, soltanto in Gesù!, il Mendicante assetato che esce all’incontro della donna samaritana: “Se tu conoscessi il dono di Dio…” (Jn 4, 10). Cristo non viene mai a togliere per forza, desidera ardentemente piuttosto abbellire la sua creatura con il dono di Dio, colmare la sua creatura con una vita in pienezza tramite il dono dello Spirito che ci introduce nella comunione dell’amore trinitario. È Cristo ad essere assetato di colmare la nostra sete: ha sete di far sgorgare fiumi di acqua viva, fecondità traboccante, dal grembo dell’assetato.
Ma come né l’imposizione né il soggiogamento sono il modo di agire di Dio, Egli si offre alla libertà umana invitandola ad aprirsi al suo dono: “Se tu conoscessi il dono di Dio…, tu gli chiederesti, e Lui ti darebbe…”. La sua forza di attrazione è proprio il suo Amore. La sua promessa, il disegno dell’Amore di Dio: perche è un dono, l’uomo non avesse potuto neanche sognarci, eppure lo sa riconoscere quando si fa presente.
Lo Spirito riversato, dono di Dio, conduce sempre all’incontro personale con Gesù, alla configurazione con il Risorto, con il Vivente, in una comunione che supera qualsiasi limite di spazio e di tempo, ma che tocca il concreto della nostra vita e storia, del nostro qui e del nostro oggi. Lo Spirito, al tempo stesso che ci configura con Cristo, crea la comunione tra i credenti, perche non ricrea mai gli uomini come individui isolati ma costituendo un corpo, il corpo di Cristo, la Chiesa, che non è la semplice somma di taluni individui che condividono gli stessi ideali o valori, ma il focolare animato dallo Spirito, che perpetua nel tempo la presenza di Cristo, la visibilità del Signore.




La nostra testimonianza, semplicemente, come forse quella di voi stessi, è che siamo rimasti affascinati dal dono incomparabile di essere cristiani, dalla bellezza visuta da parte di tanti cristiani che con il loro modo di pensare, sentire, agire... segnalano il mistero di Gesù Cristo, il più Bello degli uomini, che fa innamorare e che rapisce il cuore diventando l’“inseparabile vivere”. Nell’Umanità del Cristo obbediente e pienificato dal dono dello Spirito, i credenti scoprono la loro identità, la loro vocazione, la loro missione e il loro destino. L’incontro con Gesù Cristo capovolge l'intera esistenza perché tenere lo sguardo fisso su di Lui ci libera dallo sguardo egocentrico che ci sminuisce e ci perverte, perché l’uomo cammina verso la pienezza soltanto quando si apre al disegno di Dio e al camminare degli uomini, riscoperti come fratelli che Dio ama con tenerezza.
Affascina vedere la gioia di vite pienificate dallo Spirito Santo. Per mezzo di esse, si suscita il desiderio e la decisione di vivere in santità. Nella Chiesa, abbiamo potuto apprezzare la bellezza della santità come pienezza dell’esistenza, che spinge a vivere prostrati in atteggiamento di continua conversione. Nella Chiesa ci è dato avvicinarci all’esperienza dei santi, che non è soltanto qualcosa del passato né un itinerario per pochi né un privilegio di un’elite: la santità è, al contrario, la più profonda vocazione umana.







































L’esistenza dei credenti è un camminare continuamente orientato verso Cristo, con l’udito sveglio, attento alla sua Parola meditata e fatta carne, che rende loro possibile vivere con dignità sorprendente la prosperità e l’avversità, la salute e la malattia, insomma tutte le vicissitudini e i momenti dell’esistenza, anche la vecchiaia e la morte spesso così temute, aperti al dono dello Spirito di Cristo risuscitato che permette loro di vivere la croce non nella ribellione e nella disperazione, ma nella fecondità dell’obbedienza, fidati alla misericordia del loro Signore che ha promesso loro di farli vivere eternamente con Lui.
La grande testimonianza che ruba il cuore è il fatto di vedere nell’uomo l’operare di Cristo che si realizza e si esprime nella comunione visuta dai cristiani; si amano davvero e sono pronti a dare la vita gli uni per gli altri. La comunione contraddistingue i discepoli di Cristo ed è la più bella testimonianza e il fascino più potente. Intorno a loro, malgrado la loro coscenza di fragilità ferita dal peccato, fiorisce la vita e la gioia, perché incarnano e annunciano la fecondità del dono del Vangelo. I discepoli lamentano e piangono tutto ciò che macchia, intorbidisce e frattura la bellezza della comunione ecclesiale, ma non prendono il suo dolore come ariete contro l’istituzione e i suoi pastori, al contrario, dinanzi al male si sentono spinti a una conversione rinnovata e a un desiderio più deciso di santità, allontanato dallo scandalo puritano.
Nella comunione ecclesiale che lo Spirito di Gesù ha reso possibile, vediamo l’audacia di una libertà che non indietreggia di fronte alla presenza travolgente del male in qualunque delle sue manifestazioni o strategie, ma una libertà sempre pronta ad abbracciare e seguire la volontà di Dio. I credenti amano la verità, vivono da essa; concepiscono il peccato come una profanazione della dignità sacra della creatura, e dunque, come un’offesa a Dio; evitano la violenza e l’egoismo come negazione dell’amore, non consentono all’ingiustizia, fuggono dall’invidia e dall’ambizione, che attentano contro la comunione.
I credenti ardono di compassione e di perdono; danno la vita che si stima e si accoglie come un dono prezioso che diventi anche dono per gli altri e possa svegliare il desiderio di darsi, di amare e di servire, perché capiscono che la gloria dell’uomo è perseverare e rimanere nel servizio di Dio, un Dio che in Gesù Cristo, il Figlio fatto Servo per amore, è venuto al loro incontro: li ha accolti, li ha lavati, li ha serviti, li ha alimentati, li ha liberati, li ha rinforzati fino a farli essere sua presenza tra gli uomini, senza per questo credersi i migliori né superiori agli altri: si sentono e agiscono semplicemente come servitori del dono, e questo costituisce la loro gioia e la loro recompensa.
Nella Chiesa abbiamo visto e vediamo l’amore sollecito e attento di uomini e di donne che, benché esperimentino la sua incapacità per arrivare a guarire tutte le ferite e i dolori del mondo, consumano fecondamente le proprie vite, fiduciosi nella vittoria di Cristo, e non del male, vittoria che ha l’ultima parola nella storia degli uomini; ma quella speranza futura non impedisce che le loro mani si avvicinino e portino adesso sollievo al dolore e alla sofferenza dei bisognosi, poveri, emarginati, dimenticati, disperati, disorientati, angosciati… nei quali vedono Cristo stesso che viene al loro incontro.

Cristo nella sua Chiesa ha guadagnato il nostro cuore
Cristo nella sua Chiesa ha guadagnato il nostro cuore, perché in essa non abbiamo trovato un Dio rivale della nostra felicità, della nostra pienezza, ma il Dio di Gesù Cristo, garante della ragione, della libertà, del bene, della verità, della bellezza, della vita dell’uomo, perche “la gloria di Dio è l’uomo vivente e la vita dell’uomo è la visione di Dio” (San Ireneo).
Nella Chiesa, terra dei viventi, abbiamo esperimentato l’amore e la tenerezza di Dio. Cristo, il nostro Buon Samaritano, non è passato oltre, ma ha avuto compassione delle nostre ferite, si è abbassato per alzarci e riscatarci, ci ha caricati addosso così come eravamo, ha versato su di noi olio di guarigione e ci ha affidati alla cura e guida dello Spirito nella Chiesa. Abbiamo esperimentato la festa della salvezza per il figlio disorientato che è tornato al calore e alla luce del focolare.
Chi ha conosciuto la sete di Cristo per la sua vita rimane ferito dalla sua sete e desidera ardentemente che tutti conoscano il dono di Dio, è pronto perché la sua vita si faccia totalmente dono che spenga la sete dei suoi fratelli; lungi dal offrire aceto al grido del Crocifisso, brama che si compia il desiderio che Gesù ha espresso al Padre prima della sua Passione: “Padre, che tutti siano una sola cosa in noi, perché il mondo creda”. La comunione configura la nostra esistenza e diventa testimonianza e missione.
Nella Chiesa, focolare dello Spirito, ci ha trafitto il grido di Cristo: “Ho sete”, che continua a risuonare oggi in mille modi per tutti i confini della terra, perché l’uomo ha sete del dono di Dio, benché tanti l’ignorino o anche lo rifiutino.

Spinte dalla sete urgente di Cristo














La nostra communione vuole essere un focolare con viscere di Eucaristia dove si celebrino i Sacramenti, dove si inviti all’abbraccio del perdono che guarisce e al banchetto dell’Eucaristia, alimento per avanzare senza paura nel cammino della santità; la nostra comunione vuole essere una casa accesa dove si attenda sempre il figlio che torna così ferito, deluso, pentito, disorientato oppure aperto al dono; locanda dove il Buon Samaritano continui procurando riposo, respiro, forza per intraprendere, continuare o riprendere il cammino della fede.
La nostra communione vuole essere una casa sempre aperta dove si condivida la fede in Gesù Cristo partendo dalla propria esperienza personale di riscatto e guarigione, dove si condivida la Parola proclamata e incarnata per aiutarci a superare l’oscurità che ogni tanto ostacola il pellegrinare.
La nostra communione vuole testimoniare che, malgrado le nostre fragilità e cadute, lo Spirito è capace di unire, oltre le differenze, i diversi e dispersi affinché diventino un solo cuore e una sola anima perché lo Spirito ricrea ciascuno in modo unico e irripetibile, e al tempo stesso ci inserisce armoniosamente in una comunione dove il "tu" e l'"io"non si capiscono senza essere "noi", distruggendo così l’amara solitudine e il doloroso vuoto del cuore.
La nostra communione vuole essere grembo che mostri la dimensione materna della Chiesa, dove i figli di Dio avvolti in carità e in speranza siano generati e si sentano invitati a scoprire la grandezza e la bellezza della vita umana chiamata ad essere presenza dell’Amore di Cristo qui e adesso.
La nostra communione vuole vivere unita al canto di Maria che proclama sia la grandezza e la fedeltà di Dio, che la gioia della creatura quando si lascia ricreare dal suo Signore.

Piene di ringraziamento
Non posso concludere le mie parole se non manifestando il mio più profondo ringraziamento e amore al Santo Padre Benedetto XVI, padre, pastore, maestro, successore di Pietro, garanzia della comunione ecclesiale per vivere nella permanente novità del Vangelo che, accuratamente, la grande Tradizione ecclesiale ha conservato e trasmesso, sin dalle prime generazioni cristiane, riempite di freschezza, fino ai nostri giorni; grazie ai pastori che, configurati con Cristo, il Buon Pastore, vegliano senza riposo per ciascuno nella grande fraternità che costituisce la Chiesa estesa per tutto il mondo; grazie a tutti quelli che, docili alla ricca varietà di vocazioni e carismi suscitati dallo Spirito Santo, ci fate presente Cristo; e permettetemi che esprima anche il mio ringraziamento alle mie sorelle, la piccola e preziosa eredità, la quale Dio ha voluto come dimora per la mia consacrazione: accogliendo e offrendoci il perdono ogni giorno, non vogliamo altro che lasciarci fare dalle mani di Dio, il Figlio e lo Spirito Santo, con la sua infinita pazienza creatrice.
Grazie a tutti voi che fate possibile la nostra confessione sempre più stupita e meravigliata: “Credo in Dio Padre, che con il suo amore onnipotente ha creato il cielo e la terra quale luogo d’incontro e di dialogo amoroso con gli uomini, ai quali aveva destinato in anticipo a vivere da e nella comunione dell’amore trinitario. Credo in Gesù, l’Unto, il suo unico Figlio e nostro Signore, che per la nostra causa è nato dalle viscere verginali di Maria, è stato battezzato, ha patito, è morto, è stato sepolto, è risorto ed è salito in cielo per liberarci dal peccato e dalla morte e per far sì che noi, resi figli, viviamo da e nella comunione dell’amore trinitario. Credo nello Spirito Santo, che è Signore e dà la vita, che è stato riversato sugli uomini in un modo nuovo da Cristo per configurare la Chiesa, che, per mezzo della comunione nelle realtà sante, specialmente l’Eucaristia e il perdono dei peccati, prelude nella nostra terra e nel nostro tempo la risurrezione della carne, affinché questa, portata su fino all’altezza di Dio, possa godere eternamente della comunione dell’amore trinitario”.
Non c’è niente di più bello e autorevole della Chiesa, e i giovani lo sanno.
    Grazie, Gesù Cristo; grazie nostra Madre Chiesa

Oserei dire che, a volte, forse troppe volte, cadiamo laddove non vogliamo cadere cercando di sazziare per strade sbagliate, come il figlio prodigo, il clamore di amore, di felicità, di salvezza, di comunione, di pienezza che esiste nel più profondo del cuore dell’uomo. Siamo ben fatti, anche quando proviamo la sete bruciante della pienezza di vita; una sete che, quando cerchiamo di soddisfarla nei miraggi, si fa ancora più bruciante e fomenta di più la disperazione. Quella sete, in definitiva, mette in evidenza il grido dello Spirito nel cuore dell’uomo, perché non si accontenti di una vita mediocre, perché si senta spronato ad accogliere la vita in pienezza.

Se tu conoscessi il Dono di Dio...

I credenti, con la bellezza e la dignità della loro vita, sono testimoni gioiosi di Gesù risuscitato. Vivono dallo Spirito di Cristo e in Cristo, perché la loro vita si alimenta nella tavola del Signore, dove ogni giorno possono assistere al miracolo dell’Eucaristia, e dove il Corpo dato e il Sangue versato del Signore si offrono in abbraccio di unione che permette loro farsi un’unica carne con il Corpo risuscitato di Cristo e un’unico corpo con i suoi fratelli.

La santità è la più profonda vocazione umana

Spinte dalla sete del medesimo Cristo, il quale non vuole che nessuno si perda ma che tutti abbiano vita abbondante, ci si impone l’urgenza di offrire ciò che riceviamo e impariamo dalla Chiesa. Vogliamo rendere testimonianza di non aver perso niente, anzi, la nostra vita si è trovata arricchita in tutto. Vogliamo essere presenza del dono ricevuto.

La nostra communione vuole essere un tempio dove, in adorazione, venga custodita la presenza del Dio vivo, lo Sposo sia amato con tutto l’essere, arda giorno e notte la preghiera continua che accolga ed abbracci il lamento, il dolore, la speranza del mondo, e ci sia la veglia per ciascuno dei figli a noi affidati.

Testimonianza di Madre Verónica
all'incontro convocato dal Pontificio Consiglio
per la Promozione della Nuova Evangelizzazione
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(spagnolo)
La testimonianza cristiana, testimonianza di un dono incomparabile

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Preghiera di Madre Verónica nella  38ª Convocazione Nazionale del Rinnovamento nello Spirito


La sete mette in evidenza il grido dello Spirito
nel cuore dell’uomo

Con viscere di Eucaristia offrono in sacrificio e fanno fecondi tutti gli spazi e tutti i momenti della vita, non a modo di una conquista umana, ma come il frutto del dono accolto. Vivono dal dono che non smette mai di essere simultanemente una promessa futura e un compito presente, un’adorazione prostrata e un operare diligente, consapevoli che la storia è il tempo che Dio prende per fare la sua creatura fino a condurla alla pienezza voluta da Dio e ora manifestata nell’Umanità glorificata di Cristo.

Roma,
15 ottobre 2011

Pagina ufficiale dell’Istituto Iesu communio
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